PROGETTO
DI RICERCA SULLA
CORPORATE GOVERNANCE IN ITALIA
QUANDO SORGE IL
BISOGNO DI UN SISTEMA DI GOVERNANCE ?
IL DIBATTITO
TEORICO INTERNAZIONALE
VERSO UNA TRASPOSIZIONE DEL GOVERNO SOCIETARIO IN ITALIA: LE LINEE DI
RICERCA
IL GOVERNO
SOCIETARIO IN ITALIA E TUTELA DEGLI INVESTIMENTI:
ALCUNE CONSIDERAZIONI PARADIGMATICHE
IL CONTROLLO DEL MANAGEMENT
GOVERNO SOCIETARIO E MERCATO POLITICO
CONCLUSIONI
Nell'ultimo
decennio il tema della corporate governance è divenuto di grande
importanza non solo nei dibattiti accademici, ma anche nell'agenda degli
interventi di politica pubblica.
In tali dibattiti il tema si è focalizzato sulle questioni attinenti
all'acquisizione del controllo delle società per azioni, sul problema
della loro ristrutturazione finanziaria, e sul ruolo e l'attivismo degli
investitori istituzionali(1). Ma cosa si intende esattamente per corporate
governance? Perché vi è un problema di governance? Perché
i meccanismi automatici di mercato non provvedono qui una soluzione?
Nel nostro progetto di ricerca ci proponiamo di investigare queste
domande con particolare riferimento all'esperienza italiana, e di vedere
quindi, sulla base della letteratura internazionale, del dibattito
interno, e con l'ausilio dell'analisi comparata delle istituzioni, quali
suggerimenti operativi di scelte pubbliche possano essere derivati per
la nostra situazione peculiare.
QUANDO
SORGE IL BISOGNO DI UN SISTEMA DI GOVERNANCE?
IL
DIBATTITO TEORICO INTERNAZIONALE
Il
termine inglese governance è sinonimo di autorità, direzione e
controllo. Tali parole suonano comunque strane nel contesto
dell'economia libera di mercato, in particolare con riferimento agli
agenti principali di tale economia, e cioè le società per azioni.
Basti ricordare che i testi base di microeconomia neoclassica menzionano
raramente, se non in modo quasi esclusivamente negativo, le nozioni di
autorità e di controllo.
In base alla critica di Williamson di tale impostazione neoclassica(2) si
definisce sistema di govemance il complesso di vincoli che
modellano l'allocazione dei profitti generati nel corso di una relazione
economica. La necessità di tale sistema sorge evidentemente quando il
contratto iniziale sia incompleto; cioè quando non determini
esaurientemente l'allocazione del surplus per ogni singola occorrenza.
Ciò crea uno iato tra le decisioni ex ante, quando le parti
avviano la relazione economica e affrontano investimenti irreversibili,
e le decisioni ex post, quando si tratta di dividere utili in
situazioni non previste. L'insieme delle condizioni che affliggono tale
divisione di utili costituisce il sistema di governance della
relazione economica.
Non è allora
difficile cogliere come il diritto delle società per azioni si ponga in
questi termini come un sistema di governance a fronte di un
contratto iniziale tra i soci essenzialmente incompleto, data la
stabilità nel tempo e la complessità della relazione economica
susseguente. Tuttavia l'allocazione ex post degli utili non è
influenzata soltanto dalla struttura giuridica utilizzata. In linea di
principio una società è soltanto un conchiglia giuridica vuota. Ciò
che fornisce valore e contenuto a tale guscio giuridico è l'entità
economica sottostante, cioè l'impresa esercitata dalla società.
Perciò si può definire più precisamente il sistema della corporate
governance come il complesso di vincoli che condizionano
l'allocazione all'interno di una struttura societaria degli utili
generati da un'impresa.
Tale definizione ha semplicemente il valore di porre l'accento sul
legame che esiste tra il modo in cui gli utili sono distribuiti e il
modo in cui gli utili sono generati. Solo concentrandosi su tale legame
è possibile affrontare la questione principale del controllo
dell'impresa da parte degli organi sociali. In questo senso vengono oggi
reinterpretati i problemi di fondo del controllo societario: allocazione
della proprietà azionaria, struttura del capitale, schemi di incentivi
manageriali, acquisizioni societarie, organizzazione degli organi
sociali e del consiglio di amministrazione, pressioni da parte di gruppi
di investitori istituzionali, contratti parasociali, concorrenza sul
mercato del lavoro e della produzione, struttura organizzativa
dell'impresa.
Rispetto alla relazione tra società e impresa, nell'ottica della corporate
governance, si oppone alla definizione neoclassica di impresa come
insieme di contratti(3) quella più recente di impresa come network di
investimenti specifici che non può essere replicato dalle mere
forze di mercato(4). L'impresa
risulta quindi essere un risultato peculiare di una singola
organizzazione, non spontaneamente replicabile, dove la questione dei
diritti di proprietà si pone come decisiva, dacché questi conferiscono
il potere di prendere decisioni in tutte le situazioni non specificate
nel contratto iniziale. Poiché la forma giuridica assunta da tali
diritti di proprietà su eventi non specificati è normalmente quella
della società per azioni, il suo regolamento si pone come co-essenziale
alla definizione degli assetti d'impresa.
VERSO
UNA TRASPOSIZIONE DEL GOVERNO SOCIETARIO IN ITALIA:
LE LINEE DI
RICERCA
A partire
dal 1992 la Banca d'Italia ha dedicato ampie ricerche volte ad
investigare i problemi di governo societario che affliggono le piccole e
grandi imprese italìane(5). Tali ricerche sono state il fondamento della
Nuova disciplina delle società quotate in mercati regolamentati
contenuta nel Testo Unico delle disposizioni in tema di intermediazione
finanziaria (D. Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58)(6) e di ulteriori varie
proposte di riforma ancora in discussione e in elaborazione.
Come abbiamo visto, il tema del governo societario (corporate
governance) si riferisce ai meccanismi e ai processi di governo
delle società; in particolare, tali meccanismi possono essere descritti
come i processi tramite cui gli investitori cercano di minimizzare i
costi transattivi ed i costi di agenzia connessi con l'investimento in
società per azioni(7). Tuttavia, mentre la teoria economica si è
sufficientemente esercitata su questi temi, un serio lavoro di
comparazione giuridica sui diversi sistemi di governo societario
presenti nei vari ordinamenti è soltanto agli inizi(8).
Dal punto di vista della teoria economica, Schleifer e Vishny hanno
efficacemente puntualizzato i termini della questione sostenendo che il
governo delle società riguarda i modi in cui i fornitori di capitale si
assicurano un ritorno positivo dei loro investimenti nelle società per
azioni(9). Nondimeno, appare sempre più stretta la stretta relazione che
esiste tra regole societarie e fini politici, sia per quel che riguarda
la protezione dai takeovers ostili(10), sia per quel che riguarda
i dettagli del diritto societario(11), sia per quel che riguarda la vera
e propria struttura dei vari tipi di società(12), sicché appare oggi
difficile varare un'analisi delle regole societarie in meri termini di
efficienza economica, quando invece le regole societarie sono intrise di
politica e il solo parametro dell'efficienza non si dimostra più
adeguato a spiegare i modelli societari che emergono nei vari sistemi
giuridici(13). Si rende pertanto necessaria un'integrazione dei modelli
economici con la comparazione giuridica in funzione di verifica tecnica
delle scelte legislative compiute in funzione di politica del
controllo delle società per azioni.
Da questo punto di vista emergono, allora, quattro problemi principali
che la nostra ricerca intende investigare:
La natura incompleta del contratto societario
Il bisogno di controllare le tattiche di opportunismo manageriale in
presenza di una separazione fra
proprietà e
controllo
Le fonti politiche del diritto societario
La necessità di proteggere ed attirare specifici investimenti di
capitale.
La ricerca intende investigare questi quattro problemi principali in tre
fasi essenziali.
Il modello di corporate governance americano come esempio di
modello emerso in una situazione di forte concorrenza sul mercato dei
capitali finanziari, e come modello forte la cui circolazione è
altamente sponsorizzata in sede internazionale di globalizzazione del
diritto
I vari modelli
alternativi a quello americano che si possono ritrovare soprattutto in
Germania, in Francia ed
in Giappone
Le lezioni che possono trarsi per l'Italia dall'osservazione comparata
di tali modelli giuridici.
La principale ipotesi da verificare concerne le conseguenze
dell'adottare un sistema non funzionante di governo societario.
In particolare si formula l'ipotesi che tali conseguenze consistano
soprattutto nell'avere un'economia dominata da piccole imprese,
l'incapacità di privatizzare effettivamente grandi imprese possedute in
modo inefficiente dallo Stato, e l'impossibilità di costruire mercati
di capitali moderni, e soprattutto mercati di venture
capitals.
In sostanza quindi un cattivo sistema di governo societario risulta
funzionale al mantenimento di un vasto settore di impresa pubblica, in
un contesto di ritardo nella costruzione di mercati finanziari
funzionanti.
Scopo ultimo della ricerca è quindi individuare possibili correttivi normativi
rispetto a tali politiche.
GOVERNO
SOCIETARIO IN ITALIA E TUTELA DEGLI INVESTIMENTI:
ALCUNE CONSIDERAZIONI PARADIGMATICHE
I rimedi
giuridici di protezione degli azionisti contro l'opportunismo del
management, o dei patti di sindacato, sono in Italia praticamente
inesistenti.
Uno dei
principali indici di misura di tale situazione di sottoprotezione
dell'investimento azionario è dato dall'enorme ammontare del premio
attribuito alle azioni di voto sul mercato borsistico nazionale (circa
82%)(14).
Un ottimo
modo per misurare l'efficacia di un sistema di governo societario è
dato appunto dal premio ricavabile dal mercato del controllo delle
società. Il controllo della società porta infatti con sé la
possibilità di realizzare tutti i benefici privati associati
alla posizione di controllo. Se il premio da controllo è molto alto, ciò
suggerisce che i benefici che derivano dal controllo, inclusi i trasferimenti di
ricchezza a danno dei soci di
minoranza, sono molto alti.
Ad esempio, negli
anni 1987-1990 il premio per le azioni di voto alla borsa di Milano è
stato pari a circa il 90%, caratterizzandosi per essere di gran lunga il
più alto del mondo. Lo stesso premio negli Stati Uniti è del 5,4%,
rispetto ad una media mondiale del 10-20%, ed è più del doppio di
quanto si verifica in Israele, che si situa al secondo posto
dopo l'Italia.
Tali
valori suggeriscono che i benefici privati del controllo in Italia sono
estremamente alti. In altre parole, tali valori suggeriscono che è
concessa agli azionisti di controllo una grandissima possibilità di
depredare gli azionisti di minoranza.
Un ottimo
esempio di quanto intendiamo dire è dato dalla cessione della Finsiel
realizzata nel 1992 dall'Iri (100% in controllo statale) alla Stet (53%
in controllo statale e 47% appunto nelle mani di piccoli investitori).
La Stet pagò 700 miliardi di lire la Finsiel, sborsando una somma pari
a 50 volte i proventi dell'impresa e circa 20 o 30 volte superiore agli
standard di mercato, in danno degli azionisti(15).
Nessuna azione
giudiziaria è mai stata intentata, né avrebbe potuto essere intentata
con successo contro alcuno dei partecipanti alla transazione. Allo
stesso modo, nella cessione della Meta dalla Montedison (42% in
controllo di Raoul Gardini) alla Ferruzzi, la società ceduta venne
pagata una cifra artificialmente bassa fondata su vecchie valutazioni. In
risposta alle critiche internazionali, il management che aveva
realizzato l'operazione dichiarò che essa non poteva essere giudicata
in base ai criteri americani in quanto si trattava di una operazione
italiana, nel peculiare contesto italiano, e che gli azionisti potevano
vendere le loro partecipazioni se non erano soddisfatti(16).
Tali
esempi mostrano come in Italia manchino meccanismi per completare il
contratto incompleto che esiste tra la società e i suoi azionisti, come
il potere lasciato ai gruppi di controllo rasenti l'arbitrio, e non
esistano rimedi giuridici efficaci(17). Naturalmente tale situazione non
incentiva né l'efficienza nella conduzione del management, né
l'investimento finanziario nelle attività societarie.
IL
CONTROLLO DEL MENAGEMENT
Parte
essenziale di ogni progetto di corporate governance è la
strutturazione dei controlli sul management. Come Jensen e Meckling
hanno messo in luce, gli investitori scontano, nelle loro decisioni di
acquisto di pacchettini azionari, il livello atteso di utili che vengono
appropriati dal management (managerial shrinking). Pertanto
un'impresa deve essere in grado di controllare tale livello per attirare
una quota significativa di investimenti.
Al
momento non vi è accordo tra gli studiosi se il modo migliore di
controllo del management consista nell'avere un mercato robusto del
controllo societario (modello americano) o un monitoraggio attivo da
parte degli investitori istituzionali (modello tedesco). In Germania e
in Giappone il sistema bancario rimpiazza il mercato come sistema di
monitoraggio dei risultati di impresa.
In Italia
non paiono al momento esserci le condizioni né per lo sviluppo di un
robusto mercato del controllo, né per un efficace monitoraggio da parte
del sistema bancario. Peraltro i fondi pensionistici appaiono oggi
piuttosto deboli. La conclusione che se ne trae è che un controllo
efficace sul managerial shrinking appare in Italia del tutto
carente, e che a tale soluzione si dovrebbe velocemente porre rimedio.
GOVERNO SOCIETARIO E MERCATO POLITICO
Non vi è
alcuna ragione per credere che la struttura del governo societario in
Italia si sia determinata a caso. Piuttosto, essa appare riflettere le
preferenze di forti gruppi di interesse economico. L'idea base è stata
efficacemente riassunta da Franzo Grande Stevens quando ha affermato che
occorre tenere gli " ... outsíders strictly outside"(18).
In tale
contesto la politica gioca un ruolo centrale nel governo societario in Italia,
rispetto alle altre nazioni del G-7, a ragione della larga
partecipazione dello Stato nel controllo delle società per azioni. E' infatti ben documentato che "[T]he State has
constantly made up for
failures in the governance environment of private companies by providing
them with a steaduy flow of resources. The State has transferred large funds to entrepreneurs to overcome situations of financial distress, has
bought out mismanaged companies, has provided subsidies to realize
delayed restructuring, [and] has subsidized loans"(19).
Nonostante
ciò, le proposte avanzate da alcuni commentatori alla Banca d'Italia
sostengono che il mercato politico può rimpiazzare il vero mercato
economico del controllo. Alla luce dell'esperienza passata non si
comprende, però, come ciò potrebbe avvenire. Proprio l'esistenza di un
mercato politico assicura che le decisioni verranno prese in base al loro
return politico, e non in base all'utilità attesa per le imprese
afflitte da tali decisioni. In pratica ciò condurrebbe ad una
politicizzazione totale delle decisioni, dalla scelta del management
alla riallocazione degli impianti, alle politiche di budget.
Una
semplice analisi di Public Choice dimostrerebbe facilmente che
l'occasionale politico "ben intenzionato" sarebbe presto
sostituito, per effetto dei meccanismi del mercato politico, da un altro
le cui decisioni siano meglio in grado di soddisfare i gruppi
determinanti della coalizione governativa.
Come le
esperienze di privatizzazione dei paesi dell'Est hanno dimostrato, da
Mosca alla Bulgaria, non è semplicemente possibile che il mercato
politico rimpiazzi quello finanziario nel creare strutture efficienti di
corporate governance.
Allo
stesso modo destinata al fallimento è l'idea di affidare alle banche
italiane un ruolo maggiore, portando l'Italia in linea col paradigma
europeo. Il fatto è che in Italia, a differenza che nel resto d'Europa,
il settore bancario è ancora largamente sotto il controllo statale.
Anche successivamente alla dislocazione del controllo delle banche nelle
mani delle fondazioni bancarie, queste ultime rimangono in larga misura
controllate dal governo centrale, o da governi locali.
Questi
"difetti" del sistema Italia sono controbilanciati solo dalla
assoluta predominanza delle piccole imprese (circa il 94% del totale)
rispetto a quelle di medie (circa il 5%) e grandi dimensioni (meno
dell'1% delle imprese con più di 50 dipendenti). Infatti le regole di
governo societario hanno scarsa importanza in imprese di ridottissime
dimensioni, che sono comunque in grado di "navigare al di sotto
dello schermo radar"(20). Per converso il panorama italiano,
assolutamente inusuale nell'ambito del G-7, può essere visto anche come
riflesso del sottosviluppo delle regole di governo societario(21).
CONCLUSIONI
Negli
anni recenti la ricerca comparata si è focalizzata sul modelli tedesco,
giapponese e americano. Ciò ha dato l'impressione che l'unica
alternativa consista fra il modello del controllo bancario (Giappone e
Germania) e il modello della protezione giuridica delle minoranze e
dello sviluppo di un robusto mercato del controllo (Stati Uniti)(22).
Rispetto a tali modelli,
finora il modello italiano si è posto come un paradosso. In effetti,
almeno fino a tempi recenti, l'economia
italiana è riuscita ad avere successo, sopportando tuttavia costi
enormi indotti dal sottosviluppo delle
regole di controllo societario. Per di più il modello italiano, fondato
su un'economia dominata da piccole
imprese familiari efficienti in grado di sussidiare un settore delle
grandi imprese a controllo
statale o "dinastico" largamente inefficiente, pare destinato
a non sopravvivere ai processi di unificazione
europea. E' quindi assai probabile che il sistema debba cambiare in tempi
relativamente
rapidi. Da questo punto di vista, due sembrano gli scenari possibili:
o il
sistema bancario verrà aperto alla vera competizione esterna, dando
origine ad una necessaria effettiva privatizzazione, e diverrà quindi,
sulla base del modello tedesco, il sostegno principale del governo
societario; oppure il
mercato sarà in grado di generare meccanismi efficienti di
autoprotezione degli investitori evolvendo verso il modello americano.
In
entrambi i casi, comunque, appare assai probabile che l'intervento
politico di design istituzionale debba in tale periodo giocare un
notevole ruolo di promozione dei cambiamento.
Occorre
perciò dotare i decisori pubblici degli strumenti giuridici necessari
di intervento istituzionale al fine di ridisegnare le regole del governo
societario nella direzione del controllo del managerial shrinking e
della protezione degli investitori, assicurando il passaggio da
un'economia di piccole imprese ad un'economia efficiente di imprese
medio-grandi in linea con l'evoluzione dei paesi del G-7.
P.G.
Monateri
Professore ordinario di
Sistemi Giuridici Comparati dell'Università di Torino
1
- Per un survey esaustivo cfr. A. SchIeifer e R. W. Vishny, A Survey
of Corporate Governance, 52 "J. of Finance" 737 (1997).
2
- Cfr. 0. Williamson, The Economic Institutions of Capitalism,
New York, The Free Press, 1985.
3
- A. Alchian e H. Demsetz, Production, Inforniation Costs and
Economic Organization, 62 "American Economic Rev." 777
(1972).
4
- R. Rajan e L. Zingales, Power in a Theory of the Firm, in
"Quarterly Joumal of Economics", maggio 1998.
5
- Vedi Banca d'Italia,
"Temi di discussione" n. 237-247 (1994); cfr. anche F. Barca, Assetti
proprietari e mercato delle imprese, 1994.
6
- Cfr. G. Cottino (dir.), Corporate Governance. Commento alla
nuova disciplina, "Giur. It", 1998, 1527 ss.; F. Bonelli,
V Buonocore et al., La riforma delle società quotate, Milano,
1998; G. Alpa e F. Capriglione (curr.), Commentario al Testo Unico
delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, Padova,
1998; Associazione Disiano Preite, Rapporto sulla Società
Aperta. La proposta di una società aperta per la riforma del governo
societario in Italia, 1996.
7
- M. C. Jensen e W. H. Meckling, Theory of the Firm, Managerial
Behavior, Agency Costs and Ownership Structure, 3 "J. Fin. Econ."
305 (1976).
8
- In tema cfr. Klaus J. Hopt, Company Law in the European Union:
Harmonization or Subsidiarity, 31 Saggi, conferenze e seminari del
Centro di studi e ricerche di diritto comparato e straniero di Unidroit
(Roma, 1998); e R. Trigo Trindade, General Report on Corporate
Governance, XVth International Congress of Comparative Law, Bristol,
28 luglio 1998.
9
- A. Schleifer e R. W. Vishny, A Survey of Corporate Governance 2, National
Bureau of Economic Research, Working Paper n.5554,1996.
10
-
R. Romano, The Future of Hostile Takeovers: Legislation and Public
Opinion, 57 "U. Cin. L. Rev." 457 (1988).
11
- Cfr. M. J. Roe, Strong Managers, Weak Owners: The Political Roots
of American Corporate Finance, 1994.
12
- B. S. Black, Is Corporate Law Trivial? A Political and Economic
Analysis, 84 "Nw. U. L. Rev." 542 (1990).
13
- Così J. R. Macey e G. P. Miller, Toward An Interest Group Theory
of Delaware Corporate Law, 65 "Texas L. Rev." 469
(1987).
14
- Cfr. i dati raccolti in J. R. Macey, Italian Corporate Governance:
One American Perspective, in "Columbia Business Law Rev.",
121 (1998).
15
-Stock in Italy's STET is Sold Off in Protest of
Privatization Plan,"Vall Strect Joumal", 6 ottobre 1992, A15.
16
- 2 Department of Trade and Industry, Barriers to Takeovers in the
European Community, par. 5.13 (1989).
17
- Cfr. R. Weigmann, Responsabilità e potere legittimo degli
amministratori, 104-13 (1974).
18
- Cit. in 2 Department of Trade and Industry, Barriers to Takeovers
in the European Community, par. 3.37 (1989).
19
- Cfr. F. Barca, On Corporate Governance in Italy: Issues, Facts and
Agenda, in "Special Issue on Corporate Governance and Property Rights"
1, p. 12 (Fondazione Eni Enrico Mattei, Working Paper Series n. 10.96,
1996).
20
- R. Graham, A Year of Corruption, "Tinancial Times", 30
dicembre 1994, p. 4.
21
- Cfr. l'analisi condotta da Pgano et al., Why Do Companies Go
Public? An Empirical Analysis, 32 (National Bureau of Economic
Rescarch, Working Paper n. 5367, 1995).
22
- A. SchIeifere R. W.
Vishny, op. cit.
|